Cambiare il finale
CAMBIARE IL FINALE – Morellini editore

Tredici storie raccontano il momento della vita più difficile, la scelta meno comoda, il desiderio di scegliere il proprio finale. Eroi quotidiani, spesso inconsapevoli di quanta forza, di quanta determinazione serva per essere se stessi, per essere felici, per essere liberi.
Queste letture vi immergeranno nel coraggio, vi faranno incontrare il carisma e ci dimostreranno che il nostro futuro dipende sempre da noi, dalle nostre scelte e dal valore che diamo alle nostre azioni. La libertà di realizzare un sogno richiede impegno, capacità e un briciolo di follia.
Vi invitiamo a riflettere sulla vostra personale concezione di libertà. Forse troverete rispecchiate le vostre esperienze, le vostre speranze, o le vostre sfide. O forse sarete ispirati a esplorare il concetto di libertà in modi nuovi e inaspettati.
Prefazione 5
Il sogno di Arminda – di Maria Cristina Bombelli 7
Quella notte di primavera – di Chiara Buoni 21
Abu e il profumo dell’erba – di Marco Contrafatto 37
Il mio spazio libero – di Emilia Covini 57
Le sere scendono sulla mia libertà – di Alessandra d’Alessandro 69
Il capitano dell’isola delle foche – di Margherita Firpo 84
Le cicatrici della libertà – di Marcella Manca 102
Fuga di un libertino – di Cristiana Mantovani 118
Uno sguardo da lontano – di Cristiana Melli 132
Il ritorno di Kadigia – di Antonella Miloro 147
La relatività del tempo – di Grazia Riggio 165
Ora, corri – di Federica Sportelli 184
Joan Clark – di Sara Rattaro 198
Autori 207
LE CICATRIDI DELLA LIBERTA’
di Marcella Manca
Repubblica del Dahomey, Woosun, 1960
L’harmattan mi dà il tormento, non ha smesso di sbuffare, questa notte. Mi sento più affaticata del solito, anche se il lavoro appena finito nell’orto mi soddisfa. Mi reggo al bastone, e con un lembo di stoffa levo il sudore dalla fronte a cui il pulviscolo, trasportato dal vento, si è attaccato. Mi guardo intorno e il cuore si allarga: in questa parte ancora selvaggia del Dahomey, i colori sono più accesi che altrove, la terra sembra fuoco polverizzato, e la vegetazione è così rigogliosa che il suo verde sussurra vita insieme ai rumori della savana.
Torno in casa. Sebbene sia minuscola e costruita alla vecchia maniera, con i mattoni di fango e il tetto di iroko e paglia, è pur sempre la mia dimora dal momento in cui il Re Béhanzin si arrese ai francesi.
«Wani, ci sei?»
Sento la sua voce, prima del tocco sull’uscio. «Kelu, bambina mia! Che sorpresa, stavo pensando a te.» Mentre mi alzo per abbracciarla, la guardo e mi commuovo: come è successo che sia cresciuta così tanto e così in fretta?
«Hai preparato l’alaku! Il profumino mi ha investita come uno scroscio di pioggia già dalla grande acacia», afferma Kelu, occupata a posare una borsa sul tavolo prima di fiondarsi fra le mie braccia.













